La tribù Arancione

Un piccolo viaggio per conoscere le diverse anime della Sammargheritese.
Senza prendersi troppo sul serio e con la giusta dose di ironia, una serie di interviste a Dirigenti, Mister, Giocatori, Collaboratori, Tifosi di prima squadra e del settore giovanile.

Oggi parliamo di

ALESSANDRO GIACOBBE

allenatore PRIMA SQUADRA – COORDINATORE TECNICO SETTORE GIOVANILE

Patentino: UEFA B

Ciao Alessandro, anno di esordio in panchina come allenatore della prima squadra: sei emozionato?
Per adesso direi di no, ma sono sicuro che quando arriverà la prima partita di campionato riassaporerò quell’adrenalina che piacevolmente accompagnava i miei prepartita da calciatore.

Quali sono le tue impressioni sul gruppo dopo i primi allenamenti e cosa ti aspetti da questa stagione?
Dopo i primi allenamenti ho avuto la conferma di non essermi sbagliato sui valori umani, sia dei nuovi arrivati che dei ragazzi rimasti dallo scorso anno. Per me prima di ogni qualità tecnica devono elevarsi quelle umane che ci permettano di pensare da squadra e mantenere quell’umiltà fondamentale per il nostro percorso di crescita. Qualità indispensabile, essendo la nostra una squadra molto giovane.

Allenatore della prima e coordinatore tecnico del settore giovanile. Hai dovuto creare quasi daccapo l’intero organigramma dello staff tecnico: un’estate bella intensa?
Ho cercato di creare un gruppo di lavoro, specialmente nel settore giovanile, che si basi su fiducia e confronto. Tutto questo tra conferme e nuovi arrivi, persone con più esperienza e ragazzi del posto. Solo integrando al meglio queste componenti, potremmo accompagnare la crescita psicofisica dei nostri ragazzi e con essa elevare ancora di più il livello qualitativo di tutta la società.

Conciliare famiglia, lavoro e impegni sportivi non è semplice e l’entusiasmo da solo non basta. Tu come fai?
Oltre all’entusiasmo, c’è sicuramente la passione che ho e ho sempre avuto per questo sport. Nella vita ci sono delle priorità come la famiglia e il lavoro ma con un po’ di organizzazione, sacrificio e qualche rinuncia a cose più futili, riesco comunque a dedicare il tempo necessario all’amato calcio.

Parlaci del passaggio da calciatore ad allenatore.
Della mia vita da calciatore ho bellissimi ricordi che mi accompagneranno per sempre. Ho giocato tanti anni ma sono passati troppo in fretta. Per questo mi sento di consigliare ai più giovani di goderseli tutti. Una delle caratteristiche che mi hanno sempre riconosciuto era quella di dare tutto quello che avevo e forse anche di più. La stessa cosa la sto facendo adesso da allenatore e mi piacerebbe che la mia squadra in questo mi assomigliasse.

Dei tanti tuoi ex compagni chi vorresti “ringiovanire” e poter allenare?
Questa apparentemente sembrerebbe una domanda dalla facile risposta. Mi verrebbe da menzionare i tanti amici, alcuni davvero speciali, che ho incontrato nel corso degli anni. Proprio per questo ti rispondo nessuno di loro perché al solo pensiero mi viene da ridere. Me li tengo solo come amici, basta e avanza !!!

Una caratteristica che vorresti vedere nei tuoi giocatori?
Un valore che mi piacerebbe facesse parte della mia squadra è sicuramente l’umiltà. Mettersi in gioco con la consapevolezza dei propri mezzi ma stando attenti a non varcare la soglia della presunzione che non ci permetterebbe più di sacrificarci per la squadra ma al contrario ci farebbe ragionare da singoli.

Alleni ragazzi anche giovanissimi, i “millenials”, che margini di miglioramento possono ancora avere a 18-20 anni?
Qui riporto un esempio di un mio allenatore di tanti anni fa che mi disse che quando un ragazzo inizia a giocare a calcio apre una valigia. Dopo ogni allenamento, ogni partita, grazie alle vittorie e forse ancor di più alle sconfitte, seguendo ogni consiglio e sperimentando con la propria testa, mette nozioni, informazioni e insegnamenti dentro a questa valigia, la quale si chiude solo quando smettiamo di giocare. Questo vuol dire che possiamo sempre migliorare, al di là dell’età, però dobbiamo volerlo noi.

Essere un giocatore di Santa Margherita o comunque del Tigullio: un vantaggio o una responsabilità per vestire la maglia da titolare arancione?
Io credo che andare in campo e rappresentare la tua città sia un valore aggiunto. Penso inoltre che anche creare una sinergia tra città e squadra, crei un attaccamento alla maglia che funziona pure per i ragazzi che vengono da fuori.

Scuola, lavoro, famiglia. Anche per i ragazzi far conciliare tutto non è semplice e il pericolo di smettere col calcio per molti è concreto. Che consigli daresti?
Sicuramente giocare a calcio comporta dei sacrifici, delle rinunce che pesano, soprattutto da giovani. Ma quando arrivi alla mia età e ti guardi indietro, sei contento di aver avuto la forza di rinunciare a ciò che da ragazzo sembrava irrinunciabile perché quello che ti ha lasciato il calcio, sotto forma di ricordi, amici, aneddoti, soddisfazioni, è sicuramente meglio.

Domanda già posta a tutti i mister: tra vent’anni, guardandosi indietro, cosa vorresti che i tuoi ragazzi ricordassero di te come allenatore?
Solo il fatto che si ricordino di me… vorrà dire che qualcosa avrò lasciato.

Cosa rende per te speciale la Sammargheritese?
Oltre ad averci passato la maggior parte dei miei anni da giocatore, poi da collaboratore di Marco Camisa e adesso da allenatore della prima squadra, sicuramente il fatto che la reputi una grande famiglia dove tutte le persone che la compongono vivono per il bene della società e hanno dei valori e dei principi che difficilmente trovi nel calcio.